Analizzo i cambiamenti che attraversano il Paese e condivido il mio punto di vista sui temi che ne influenzano il presente e il futuro.
Economia, lavoro, società, istituzioni e cultura: qui raccolgo riflessioni sui fenomeni che riguardano il Paese, affrontati con attenzione ai fatti e apertura al confronto.
La nostra cara Italia ha bisogno di essere rifondata: negli ultimi 30 anni ci siamo seduti sugli allori, e ritenendo che la storia fosse ormai finita abbiamo pensato che la nostra situazione di privilegiati fosse immutabile nel tempo. Da qualsiasi punto di vista siamo decisamente malconci: siamo il 2° paese più vecchio al mondo (49 anni di media) dopo il Giappone, e se non dovessimo invertire la tendenza ci aspetterà un crollo demografico senza precedenti. Tecnologicamente siamo 10 passi indietro rispetto alle potenze di prim’ordine, e 5 rispetto alle potenze di secondo e terzo ordine: dipendiamo quasi totalmente dalle tecnologie straniere, che se volessero “Chiudere i rubinetti” potrebbero facilmente metterci in ginocchio.
Ora non siamo più indispensabili: potemmo essere abbastanza importanti grazie alla nostra posizione sul Mediterraneo, ma molto meno di quello che potremmo pensare se si guarda al mondo con uno sguardo ampio, globale; il riassetto degli equilibri delle potenze ci ha visto così scivolare in basso nei ranghi, fino a diventare una provincia Americana di 3^fascia.
Siamo dotati di un esercito ai minimi termini, su cui abbiamo decisodi non investire e con le armi spuntate (Pensate che se una nave dovesse attaccarci i nostri soldati dovrebbero chiedere il permesso per poter rispondere al fuoco e potersi difendere, una follia senza senso), il che ci rende facili prede per il primo bullo che si trovi sulla nostra strada, oltre che un problema per i nostri alleati. Un esercito abbandonato a sé stesso, come quando abbandonammo i Marò al loro destino nel 2012, durante lo sciagurato governo tecnico presieduto da Monti.
Energeticamente siamo dipendenti dalle potenze straniere tanto quanto sotto l’aspetto tecnologico, con le nostre industrie che diventano anno dopo anno meno competitive e costrette, se ne hanno la forza, a delocalizzare per poter sopravvivere.
Altro grave problema è che il troppo benessere, i troppi comforts, questa tecnologia che da strumento si è fatta droga, ci hanno fatto perdere la voglia di fare fatica e ci hanno creato l’illusione che tutto ci sia dovuto. Ma la realtà è che niente ci è dovuto: il mondo è di chi se lo prende, qualsiasi cosa è di chi se la prende. Prendersi una cosa significa programmare, lavorare instancabilmente per ciò che si desidera costruire, significa alzarsi al mattino ed avere una missione da compiere a tutti i costi, significa rimandare il piacere oggi per raccoglierne i frutti un domani. Ed i frutti del domani saranno In poche parole dobbiamo tornare a darci da fare, e dobbiamo farlo in fretta: quali azioni dobbiamo quindi mettere in atto per poter far rinascere la nostra Italia?
Serve una massiccia politica demografica che risvegli la natalità, accompagnata da una politica abitativa altrettanto imponente e dalla creazione di servizi per le famiglie. Significa che lo stato deve investire tanti soldi, in istruzione, sport, socialità. In questo periodo storico fare figli è diventato un onere, soprattutto in relazione ai troppi agi in cui crescono i nostri bambini ed i nostri giovani. Con un’età media di 50 anni non saremo mai in grado di competere contro popoli che sono mediamente trentenni, sia mentalmente che fisicamente. Ma soprattutto che sono educati alla vita vera, quella in cui si fa fatica. Se non invertiamo la traiettoria le previsioni danno un -20 milioni di italiani nel 2050, un fenomeno 4 volte il genocidio degli ebrei. Chi pagherà le pensioni del futuro? Chi ci difenderà in caso di attacco nemico? Chi ci curerà da anziani? Chi metterà al mondo dei fantastici nipoti? Dobbiamo tornare a fare i figli, punto. Gli uomini, come tutti gli animali, nascono per portare avanti la specie, quindi per riprodursi. Una vita senza figli non ha senso.
La Repubblica Italiana è uno stato sovrano fondato sul lavoro; un po’ troppo vago per i tempi moderni: 78 anni fa il Popolo Italiano veniva dalla guerra, e aveva certamente un’abitudine alle privazioni ed alla fatica che lo rendevano necessariamente predisposto al lavoro. Ma i tempi sono cambiati: ora c’è modo e modo di andare a lavorare: quante volte (Troppe) si vede il lavoratore virtuoso prendere lo stesso stipendio del lavoratore pigro e senza stimoli, in virtù dello stesso tipo di contratto; e gli imprenditori con le mani legate, da un lato impossibilitati a premiare il lavoratore volenteroso a causa dell’altissima tassazione, dall’altro senza strumenti per sbarazzarsi del lavoratore poco disciplinato ed improduttivo. Il merito deve far parte dell’educazione dei nostri bambini: il tutto e subito va cancellato dalla nostra mentalità. E questo deve valere tanto per il privato quanto per il pubblico; deve valere per le graduatorie di accesso agli ammortizzatori sociali o per l’accesso all’edilizia popolare; questo principio deve valere anche e soprattutto della politica.
Sotto l’aspetto energetico l’Italia è come un neonato, che dipende in tutto e per tutto dalla mamma per poter sopravvivere: importiamo da altre nazioni il 75% del fabbisogno di energia che necessaria al paese; solo che le altre nazioni non sono una mamma amorevole, ma sono i nostri competitor: e ovviamente (E giustamente) ci taglieggiano. Le altre nazioni non ci devono nulla, come noi non dobbiamo niente a loro. Questo significa ogni guerra che coinvolge una potenza strategica sul tema energetico la pagano le nostre famiglie e le nostre aziende, sempre più impoverite le une e sempre meno competitive sui mercati le altre. La soluzione, l’unica percorribile, è l’adozione del nucleare: è abbastanza ridicolo non fare centrali nucleari per paura di disastri ambientali per poi comprare energia nucleare da altre nazioni. Se un disastro ambientale avvenisse in Francia o Svizzera, da cui compriamo regolarmente energia, ne saremmo coinvolti tanto quanto loro. Solo che loro avranno goduto dei vantaggi economici, mentre noi paghiamo conti salati. Non serve il solito tappa buco temporaneo all’Italiana, ma un programma ventennale che porti il nostro paese ad essere indipendente dalle altre nazione, che porti l’Italia ad essere un uomo adulto e non un neonato.
Sobbiamo riscoprire le nostre origini culturali, le nostre radici Cristiane; è di importanza fondamentale riscoprire i nostri simboli ed i nostri miti, ed i valori che hanno forgiato i nostri antenati che tanto di buono hanno fatto in passato. E quando parlo di radici Cristiane non parlo della mera fede religiosa, perché credere o no in Dio è una scelta personale: parlo del Cristianesimo in quanto cultura. Chiunque sia nato e cresciuto in Italia è Cristiano, a prescindere che creda o no in Dio. I crocifissi devono fieramente svettare in tutte le classi, dall’asilo all’università: non dobbiamo mai scordarci cosa siamo, e non dobbiamo scendere a compromessi con nessuna etnia che non condivida i nostri simboli: se siete venuti in Italia accettate l’Italia. Questo non significa non rispettare la religione e la cultura delle altre nazioni: significa amare sé stessi. Un musulmano è libero di esserlo: ma non provi in nessuna maniera a schiacciare la nostra cultura, a non rispettare le nostre leggi, a disprezzare le nostre usanze ed il nostro stile di vita. Come noi siamo tenuti a farlo a casa loro.
È ovvio che in un mondo in cui tutti fanno la guerra bisogna disporre di un esercito ben equipaggiato e pronto a combattere in caso di necessità. Il riarmo è assolutamente necessario nel contesto attuale, con gli Stati Uniti non più disposti a difenderci in quanto concentrati sulla Cina e sulla Russia: questa situazione, se da un lato è per noi uno shock, dall’altro è la grande occasione per poterci riprendere un ruolo da protagonisti nello scacchiere del Mar Mediterraneo.