Piscine a Como: riaprire via del Dos e Muggiò nel minor tempo possibile

La situazione delle piscine comunali di Como è a dir poco disperata. Dei quattro impianti presenti in città, ben due sono inattivi. Como è così rimasta senza un servizio fondamentale per le persone con disabilità e senza una piscina dotata di vasca olimpionica.
La piscina di Muggiò è chiusa da oltre sette anni, mentre quella di via del Dos è ormai inattiva da quattro anni.
Piscina di via del Dos: 700 persone senza un servizio fondamentale
Partiamo dalla piscina di via del Dos.
Da quattro anni Como lascia ben 700 persone con disabilità senza questo servizio fondamentale. Una vergogna e un tradimento, da parte del capoluogo di provincia, nei confronti di 700 famiglie.
In questo caso, la mia proposta è fare bene le cose, ma nel più breve tempo possibile.
L’idea è recuperare tutto ciò che può ancora essere utilizzato del progetto della precedente gara, aggiornando il lavoro già svolto: PEF, elaborati e progetti. In questo modo sarebbe possibile risparmiare mesi di lavoro. Purtroppo, il vecchio bando è già stato revocato e non può più essere recuperato.
Realisticamente, l’obiettivo è arrivare entro dodici mesi alla pubblicazione del nuovo bando e riaprire la piscina entro trentasei mesi.
Queste sono le tempistiche stimate qualora venisse recuperato il lavoro svolto dall’Amministrazione Landriscina. Se l’attuale Giunta dovesse lasciare in eredità un iter già avviato, valuteremo quale delle due opzioni sia concretamente realizzabile nel minor tempo possibile.
La priorità deve essere restituire la piscina alle persone con disabilità nel minor tempo possibile, non attribuire alle amministrazioni precedenti la responsabilità dei ritardi.
Piscina di Muggiò: sette anni di chiusura
La questione della piscina di Muggiò è ancora più complicata.
L’impianto è chiuso da oltre sette anni e il project financing portato avanti da Nessi & Majocchi è stato cancellato nel 2023 dall’attuale Giunta, facendo perdere tre anni di lavoro.
L’attuale sindaco aveva annunciato un nuovo progetto, indicando il 2026 come anno di inizio dei lavori. Tuttavia, fino a oggi non è stato pubblicato alcun bando di gara.
Anche per la piscina di Muggiò la priorità deve essere perdere meno tempo possibile.
Bisogna innanzitutto capire se l’attuale Giunta stia realmente portando avanti il progetto annunciato. Se si trattasse soltanto di chiacchiere, sarebbe necessario valutare se riprendere il vecchio project financing possa effettivamente far risparmiare tempo e quanto quel progetto sia ancora valido, dopo altri cinque anni di totale abbandono dell’impianto.
La priorità deve necessariamente essere fare. Dopo tanti anni di chiusura, il progetto migliore non sarà quello perfetto, ma quello qualitativamente valido che consentirà di risparmiare più tempo.
Riaprire entrambe le piscine comunali sarà una sfida
Al prossimo assessore allo Sport e al gruppo di dirigenti, funzionari e dipendenti comunali toccherà una vera e propria patata bollente.
Riaprire entrambe le piscine comunali di Como sarà una sfida che risulterà quasi impossibile vincere nell’arco di un solo mandato di cinque anni.
Un grande risultato sarebbe riaprire la piscina di via del Dos entro trentasei mesi e arrivare al 2032 con il cantiere della piscina olimpionica di Muggiò già avviato.
Nel percorso verso le elezioni Como 2027, vogliamo presentare obiettivi seri e tempistiche realistiche, senza promettere ai cittadini risultati impossibili.
Piacerebbe anche a me promettere la riapertura delle piscine in cento giorni, ma credo che il tempo della politica fatta di titoli sui giornali e di asini che volano abbia fatto il suo tempo e, soprattutto, abbia già provocato abbastanza danni.
È arrivato il momento di lavorare di più e parlare di meno.
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Dehors e tavolini a Como: una proposta per tutelare residenti e commercianti
Il tema dei dehors e dei tavolini a Como dimostra quanto questa città abbia bisogno di una forte politica di conciliazione: un patto che riallinei tutte le parti sociali e le faccia remare nella stessa direzione.
La politica attuata da questa Giunta è invece quella della discordia, della divisione e della selettività. Qualunque sia il problema, non riesce – e probabilmente non vuole – a trovare un compromesso che cerchi di tutelare tutti. Abbiamo assistito a una serie di decisioni sommarie e dal sapore punitivo, che non si sono mai dimostrate vere soluzioni.
La fotografia di questa politica scriteriata è proprio la questione dei tavolini e dei dehors: sono state limitate in modo particolare le condizioni delle concessioni per i primi, mentre i secondi sono stati, di fatto, rimossi.
Si sa, criticare è facile. Costruire proposte, invece, è il compito di chi vuole candidarsi a governare una città.
Dehors e tavolini: economia e disagi per i residenti
Dal punto di vista economico, avere numerosi tavolini e dehors significa generare maggiore ricchezza per gli imprenditori, per i lavoratori e per il Comune stesso.
Sono però innegabili anche i disagi per i residenti: schiamazzi fino a tarda notte, prezzi elevati, ressa, sporcizia e mancanza di servizi.
Il compito del Comune è tutelare tutta la cittadinanza, trovando il modo di salvaguardare l’economia cittadina, limitare i disagi per i residenti e, allo stesso tempo, aumentare le entrate da tradurre in servizi concreti per i cittadini.
È quindi naturale che, per comporre gli interessi di tutti, una politica di compromesso sia l’unica soluzione percorribile. Como necessita di un patto tra cittadini che faccia remare tutti nella stessa direzione, non di politiche di discordia e divisione che favoriscono soltanto una specifica parte sociale.
Tra l’altro, molti residenti sono anche commercianti: è abbastanza facile intuire i tratti comici della faccenda.
Dehors a Como: il limite dei sei mesi non è sostenibile
L’ordinanza che consente di lasciare installati i dehors soltanto per sei mesi all’anno è pura follia. I costi necessari per smontare le strutture fisse sono troppo elevati per essere sostenibili nel tempo: si parla di circa 20.000 euro per rimuoverle. Le attività commerciali non possono sostenere un costo simile.
La mia proposta è lasciare i dehors installati tutto l’anno, applicando un canone annuale aggiuntivo di 5.000 euro.
Il risultato sarebbe semplice: 15.000 euro risparmiati dalle attività commerciali e 5.000 euro in più, per ogni dehors lasciato a terra, nelle casse del Comune. Risorse che potrebbero essere vincolate alla realizzazione di servizi veri per i cittadini.
Non male, direi.
Concessioni dei tavolini e occupazione del suolo pubblico
Passiamo ora alle concessioni dei tavolini: le nuove norme sono troppo restrittive.
L’articolo 16 del regolamento comunale sancisce l’impossibilità di richiedere una concessione per chi abbia occupato abusivamente il suolo pubblico nei due anni precedenti, compreso chi ha successivamente sanato la propria posizione.
Il regolamento impone inoltre che lo spazio occupato non possa superare il doppio dei metri quadrati della superficie calpestabile del locale e stabilisce, per tutti, un limite massimo di novanta metri quadrati.
Un’altra scelta scriteriata.
In questo modo, le attività commerciali che si trovano all’interno di immobili di piccole dimensioni rischierebbero di fallire, perché i costi di affitto diventerebbero troppo elevati rispetto allo spazio utilizzabile. Di conseguenza, si perderebbero posti di lavoro e gettito fiscale, mentre i locali rimarrebbero vuoti e perderebbero valore, innescando una spirale negativa che porterebbe alla svalutazione del nostro centro storico.
Un’amnistia per il passato e regole più severe per chi sbaglia ancora
La mia proposta è prevedere un’amnistia per quanto riguarda il passato, accompagnata però da conseguenze pesanti in caso di reiterazione delle occupazioni abusive.
Tradotto: ti concediamo la possibilità di metterti in regola ma, se continui a mantenere comportamenti scorretti, dovrai assumerti la responsabilità di entrambe le violazioni.
Per il futuro propongo di lasciare i tavolini all’esterno, applicando però la TARI anche ai metri quadrati di suolo pubblico occupati. Le maggiori entrate incassate dal Comune potrebbero essere utilizzate per abbassare la TARI pagata dai cittadini.
Non sarebbe male nemmeno questo.
Un canone progressivo per le concessioni
Passiamo poi ai metri quadrati delle concessioni.
Occupare uno spazio superiore alla superficie calpestabile dell’immobile nel quale si trova l’attività rappresenta un vantaggio competitivo nei confronti dei commercianti che non hanno questa possibilità. Commercianti che magari dispongono di locali più grandi, ma ne ricavano più effetti collaterali che benefici: TARI e affitti più elevati, a fronte di una profittabilità inferiore rispetto a quella degli immobili più piccoli.
La mia proposta è introdurre un canone progressivo:
- canone uguale per tutti fino al raggiungimento della superficie calpestabile dell’immobile nel quale si svolge l’attività;
- canone doppio per ogni metro quadrato occupato in eccedenza;
- applicazione di una sorta di “tassa di lusso” oltre i novanta metri quadrati, con un costo triplo per ogni metro aggiuntivo.
I novanta metri quadrati non rappresenterebbero quindi il limite massimo della concessione, ma la soglia oltre la quale scatterebbe il canone maggiorato.
Il risultato? Tanti posti di lavoro salvati, imprenditori tutelati e maggiori risorse da investire nei servizi per i residenti.
Rendicontare le entrate e spiegare come vengono utilizzate
Un’idea intelligente sarebbe rendicontare le cifre incassate dal Comune attraverso l’adozione di queste misure, spiegando con precisione ai cittadini per quali servizi verranno impiegati i soldi.
Questa scelta renderebbe tutti più consapevoli dei vantaggi economici generati dal turismo, creerebbe maggiore coesione tra commercianti e cittadini e contribuirebbe ad allineare gli interessi delle diverse parti sociali.
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Un altro tema è quello dei prezzi. I comaschi pagano oggi il 50% in più per le stesse merci che consumavano cinque anni fa.
Un’idea potrebbe essere quella di proporre prezzi calmierati per alcune categorie merceologiche. È una suggestione che sarebbe bello riuscire ad attuare, anche se la vedo difficilmente percorribile.
Ma almeno un tentativo bisogna provare a farlo.
Nel percorso verso le elezioni Como 2027, vogliamo mettere al centro proposte concrete, capaci di conciliare gli interessi di residenti, commercianti e lavoratori e di trasformare le risorse generate dalla città in servizi migliori per tutti.